Noi che storie di cucina ce le mangiamo con gli occhi

disegno originale di Giancarlo Moscara

autore Giancarlo Moscara – courtesy edizioni Moscara Associati


La frase (quella che fa il titolo di questo articolo) è mia. Io che ho sempre confuso, sul mio viso, il posto e il ruolo ora degli occhi ora della bocca. Anche oggi mi risulta difficile – e mi piace che sia così- riconoscere e decifrare il luogo (del mio corpo) e il tempo esatto (della mia storia) in cui  (o grazie a cui) una percezione diventa sensazione, una sensazione si trasforma in sentimento, un sentimento in una emozione, una emozione in un racconto. Che alla fine non è più il mio racconto (cosa impossibile: non esiste esclusiva per i racconti) e se ne va in quel labirinto che abbiamo chiamato ‘estetica’ e che alcuni storici dell’arte, altrove, in paesi diversi dal mio, hanno voluto una volta chiamare  (credendo cosÌ di possederlo) “atlante della memoria”.  Dunque alla fine  questo filo che lega la percezione alla sensazione, la sensazione al sentimento, questo alla emozione e l’emozione alla memoria e alle narrazioni, questo filo è ancora quel vecchio  filo di Arianna: capace di condurci forse fuori da un labirinto, ma solo per farci ritrovare in un altro labirinto, ogni volta più grande. Eppure a volte ho l’impressione che solo ponendomi dentro al labirinto riuscirò, forse, a sentire il Sapore.

NOTA 1 “Babbo, con che cosa vediamo? Con gli occhi o con la bocca?”

Siccome il filo di Arianna non sempre funziona, ho imparato a farci su dei nodi. Talvolta questi nodi li rendo visibili in forma di citazioni, che possono essere anche auto-citazioni e possono manifestarsi, in ogni caso, come immagini o come successione di parole.

Così per presentarmi nel mio blog prima mi auto-cito:

(utilizzando – avendone l’esclusiva- un disegno creato per me da un artista che seguo da tutta una vita)

“Babbo, con che cosa vediamo? Con gli occhi o con la bocca?”

Un giorno chiesi a mio padre “con  che cosa vediamo, con gli occhi o con la bocca?””
Eravamo a tavola. E’ l’ultima immagine che ricordo di lui e di tutta la mia famiglia unita. Avevo tre o quattro anni. Quella domanda e la sua risposta sorridente “ con gli occhi naturalmente!”  mi hanno accompagnata  per tutta la vita. Con un dubbio, sempre: era forse giusta la mia domanda ed è possibile che fosse sbagliata quella risposta  così sicura con quel naturalmente? Crescendo ho scoperto che i padri non sempre hanno ragione. Del mio, ricordo come fosse oggi il suo sorriso. Continuai  a rincorrerne l’immagine  per tutta la  vita e  fu così che mi appassionai all’arte.

 

autore Giancarlo Moscara – courtesy edizioni Moscara Associati

 

Poi mi ricordo di Roland Barthes (amato soprattutto in “Frammenti di un discorso amoroso”)

“Il sapere non è altro che il dolce assaggio del sapore” ( in “Camera chiara”)

Poi me ne vado indietro con

“Sapiens dictus a sapore” (e questo è Isidoro di Siviglia, Padre della Chiesa e gran decifratore di labirinti (con l’aiuto delle etimologie)

Ma se proprio poi devo soffermarmi sulle etimologie, la citazione  che merita tre nodi è questa dal giovane Nietzsche, quando  - a proposito della parola greca sofòs (saggio) –  notava che “etimologicamente essa appartiene alla famiglia di sapio, gustare, sapiens il gustante, safés percepibile al gusto. Noi parliamo di gusto nell’arte: per i Greci l’immagine del gusto è ancora più estesa. Una forma raddoppiata sisufòs, di forte gusto (attivo); anche sucus appartiene a questa famiglia” (Nietzsche, Lezioni sui filosofi pre-platonici). 1872

NOTA 2 Grazie, Rosita.

Mi accorgo solo ora che per una strana coincidenza, il primo articolo di questo diario lo scrivo il 13 di novembre. Il 13 Novembre del 2001, dunque dodici anni fa, moriva mia madre Rosita.Fu stupenda, dolce, tragica, bellissima. Prima di andarsene (le sue ultime parole) mi disse: “Poi li ritroveremo, seduti sulle terrazze, questi grandi aneddoti che non sono aneddoti, sono Storie”. Una frase che conduce in un altro labirinto.

NOTA 3 Noi che il cinema ce lo mangiamo con gli occhi

Percezione: treno in corsa

Anni 50: primi viaggi in treno. Cosa mai più vista nei successivi viaggi in treno  e vista poi invece solo nei film. Io occupo con il mio corpo (che se ne sta seduto e fermo) uno spazio tutto mio nel treno – i l treno si muove e corre in avanti- Il mio spazio è sempre lo stesso o mentre il treno avanza  esso cambia insieme a quello del treno?  E poi, cosa strana: mentre il mio treno va in avanti e incrocia  un altro treno o un pulman o una carrozza  che, distanti un po’ da noi, procedono in direzione opposta  (vanno anche loro in avanti,  ma in un’altra direzione), perché  vediamo le ruote  andare indietro invece che girare  in avanti?

Questa  percezione si trasforma subito un una sensazione che prende lo stomaco

Per diventare, subito dopo, emozione della corsa

Elaborazione narrativa: la relatività delle direzioni e dei punti di vista – e se fossi stata sull’altro treno o sul pulman o sulla carrozza, sarei andata in avanti o indietro? E ora che sono qui in quale direzione sto andando?

E noi che il  cinema ce le mangiamo con gli occhi:  ora che siamo qui, con che cosa vediamo, con gli occhi o con la bocca?

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