Pizzicata. La tavola contadina in una ‘scrittura’ sospesa tra Verga e Pasolini

Il regista è Edoardo Winspeare ed è una lunga storia quella per cui la sua famiglia, di antico e nobile lignaggio e di origine inglese, si trovi qui dove, nel tacco, l’italia finisce e pure l’Europa ha termine. “Pizzicata” credo sia uno dei primi film del regista di Depressa. Frazione di Tricase, Basso Salento: nome che non ho mai capito se vuol dire di depressione (magari non del cuore ma del terreno) o invece potrebbe derivare, la parola, dal dialettale andar di pressa (andare veloci). Cosa improbabile, perchè quel che si percepisce in paese è, al contrario, la lentezza.

Dalla mia cineteca del QuoquoMuseo del Gusto tiro sempre fuori Pizzicata quando qualcuno (certo tipo di ‘viaggiatori’ che riconosco subito e che quasi sempre sono svizzeri o francesi) mi chiede come entrare nel cuore del paesaggio salentino. Questo cuore è l’uliveto. Come ogni cuore esso possiede un’anima, che lo nutre.  E qui l’anima è la cultura contadina. In questo film se ne scorrono e se ne scorgono, uno ad uno, come in un catalogo, tutti gli archetipi. Con una puntualità che rasenta l’ingenuità e la retorica. Ma questo lo dice, sorridendone nella sua intervista, anche il regista.

Pizzicata: foto di scena (courtesy Edoardo Winspeare  per "Quoquo.La gola come ipertesto" ed Moscara Associati)

Pizzicata: foto di scena (courtesy Edoardo Winspeare per “Quoquo.La gola come ipertesto” ed Moscara Associati)

Nella casa che abita l’uliveto la tavola contadina è povera e semplice. Si compiace dell’abbondanza solo nei giorni di festa. Che sono pochi in questo periodo in cui prevalgono i funerali perchè sono giorni di guerra. Il film è del 1996 e risente anche nella trama delle ingenuità di una narrazione appassionata ma alle prime armi. Ma questo oggi è per me il   motivo della sua bellezza. Come quando si rischia un canto d’amore non avendo ancora accordato tutti gli strumenti.

Da buon cinegastronauta cerco e riconosco sulla tavola: olive, pane rustico di campagna, pasta fatta a casa e messa a tavola in grandi piatti di terracotta (artigianato locale in linea con la brocca): un piatto solo  cui ciascuno attinge e nella tradizione del luogo si chiama ‘piatto reale’ (strano a dirsi per una cucina povera: fatta poi anche di qualche legume e di verdure raccolte selvatiche nel campo). L’archetipo è perfetto. Ma le scene più gustose sono quelle dedicate alle danze: pizzica de core, pizzica- scherma, danza terapeutica nel rito del tarantismo. Ricordo dalle metamorfosi diOvidio. Anche ricordi di antiche menadi danzanti. Una grecità arcaica. Una mediterraneità stupendamente  e semplicemente tragica. Pagana. Con quel realismo mitico che  ci ha insegnato Pasolini, con ancora  la rassegnazione dei poveri servita nella lingua di Verga, con un avere ancora nel cuore “Il mulino del Po” di cui il film sembra ricalcare lo schema. La grande scuola del neorealismo.

Ma ora, a questo punto, il mio palato, che predilige il paganesimo, se ne va a ritrovarlo in  una meditarraneità tutta rifugiatasi in cucina.  E se ne va sui ricordi di un sapore rubato a questo illimitato ‘mondo contadino’. La ricetta è in un percorso esperenziale di archeologia dei sapori firmato QuoquoMuseo del Gusto e dedicato alla frisa salentina. La trascriverò così come  l’ho raccolta da fonti orali e potrete trovarla in questo blog nella categoria ‘ricette’ con il nome di “marenna.  In “La marenna”. C’era una volta una colazione del contadino che si gustava nelle campagne del Salento

Trailer

Link esterni  mymovies.it

 

 

 

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